Manuale di scrittura cretina – Episodio 1: di quando la tonnina incontrò la cipollata

Scritto da: il 07.04.12
Articolo scritto da . Catania, ad uno sguardo superficiale, è una città che sembra non offrire molto. Ma se si ha la pazienza di guardarla dentro, Catania si rivela vulcanica come il suo Etna che le fa da compagno. Si trovano tante di quelle straordinarie storie che si potrebbero scrivere intere enciclopedie per narrarle. 095 Blog è una guida, per poter muoversi dentro questo magma cittadino. Un semplice bignami, da consultare e sfogliare con semplicità.

Vi racconto una storia siciliana, di quelle tristi e senza speranza. La storia di un ragazzo e del suo primo contatto col mare. E di un altro giovane, che nel mare ci viveva, e nei flutti trovò la sua tragica fine. Giovani siciliani, storie che si incrociano e che segnano.

Era massiccio, con una testa enorme, gli occhi a palla. Ma nonostante la sua lunga figura, più di due metri, Tino nel suo ambiente era considerato un piccoletto. «Tinuzzo, sei troppo piccolo per stare coi grandi» lo canzonavano i compagni, e lui, che normalmente sarebbe stato considerato grande e grosso, non aveva pace. «Ma perché sono così sfortunato, perché non cresco» pensava quando andava a pescare da solo, mentre gli altri invece andavano tutti insieme, e molto più a largo. Erano tutti dei nuotatori provetti, e andavano armati solo del proprio fiato. Anche Tino, che insieme ai suoi amici abitava alle Eolie.

Una mattina stava facendo una bella caccia di pesci vicino all’isola di Panarea, quella dei vips. Tra tanta gente altolocata che occupava barconi lunghi 15 metri, Tino s’era sempre trovato bene: lui nuotava, e nessuno gli rompeva le scatole, perché tanto i vips prendevano il sole tutto il tempo. Certo ogni tanto c’era qualche pescatore dai modi rudi, di quelli proprio da film sulla Sicilia da cartolina, ma non ci faceva molto caso. Quel giorno però tre pescatori lo avevano notato, e si avvicinarono a Tino con la loro barca.

I pescatori lo riempivano di complimenti, cose del tipo «Ma talia chi beddu, è grosso il giusto», «Sei piccolo, ma fatto bene» oppure «Chiddi comu a tia su duci duci», mentre Tino, che era giovane, inesperto della vita e con una sessualità non perfettamente definita, era tutto contento di queste attenzioni. Nuotava sempre più vicino alla barca, e veramente era anche un po’ asfissiato da tutti quei complimenti. Però siccome non c’era abituato si limitava ad aprire la bocca con la faccia un po’ da pesce lesso.

Li guardava alzando la testa ogni tanto, i pescatori: uno era un giovanotto, non più di quindici anni, mentre gli altri due avevano un’età bruciata dal sole, indefinita. Nuotando a pelo dell’acqua però gli mancava l’ossigeno: e mentre Tino boccheggiava guardandoli, i tre lo affiancarono con la barca. «Che ti manca il fiato? Ti aiutiamo noi. Giovanni, prendi la mazza» disse uno dei due pescatori al ragazzo, e mentre i due uomini lo trascinavano sulla barca, il ragazzo, Giovanni, lo piacchiava.

«Me l’avevano detto di stare lontano dai pescatori, questa è la mia fine» e Tino, una volta a bordo, si stese sul fondo della barca. Passavano i minuti, e Tino per la mancanza di fiato e le botte era stremato, ma resisteva. «Non mi volevano morto, altrimenti mi avrebbero già finito» pensava, e ogni tanto provava a lanciarsi giù dalla barca. I pescatori però erano sicuri del fatto loro, e incitavano Giovanni «Un paio di colpi  sul musoe vedi che non si muove» gli dicevano. E il ragazzo con un paio di colpi ben assestati lo teneva a bada. «Che vuoi scappare? Sei troppo piccolo per scappare. Ahahhaha» ridevano i pescatori, ma Giovanni si distrasse a guardarli. A quel punto Tino, stufo di farsi canzonare anche da questi ebbe uno scatto d’orgoglio. «Mazziato pazienza, ma cornuto no» pensò,  e con un ultimo gesto di forza rovesciò la barca, e scappò via. «Giovanni, ma che minchia hai fatto» urlarono i pescatori, Tino li aveva sentiti mentre scappava. Nuotava come un pesce, disperato, mentre dietro di lui i pescatori colti di sorpresa recuperavano a fatica la barca . Aveva nuotato tanto, forse per due chiometri, e Tino era sempre più stanco, perdeva sangue. Ma continuava esausto, e si fermò solo per guardarsi dietro. I pescatori erano lontani, poteva tirare il fiato.

Fu però nel momento in cui pensava di essere salvo che sentì urlare «eccolo». I pescatori, fradici ma determinati, lo avevano raggiunto, e questa volta le loro intenzioni erano chiare: volevano ucciderlo sul posto. Tino pensava alle mazzate, ma i suoi occhi a palla divennero vitrei quando alzandoli dal pelo dell’acqua vide una padella, sulla barca. I pescatori preparavano l’arma finale, quella per la quale era impossibile scappare. Un odore forte colpì Tino, che subito ebbe conferma delle sue paure. «Non c’è scampo» pensò, e smise di nuotare, lasciandosi andare, galleggiando a pancia all’aria. Così i pescatori lo portarono a bordo, di nuovo Giovanni lo picchiò, ma non più forte di prima: non c’era bisogno.

Tino fu ucciso dalla sua paura, quello che più temeva, il contenuto della padella. Portata a bordo chissà come, sfrigolava in mezzo al mare su una barca che poco prima aveva rovesciato. Tino boccheggiava, chiedendo perdono per la sua presunzione. «Per un tonno piccolo come me non c’è scampo, dovevo ascoltarli i miei amici. Patre, matre, perdono!», bocchegiò un’ultima volta, e morì in una pozza di sangue.

Tino giaceva sul fondo della barca, e i pescatori erano esausti. Ma nonostante le fatiche e il bagno fuori programma, erano soddisfatti del bottino. Giovanni, che era giovane e poco esperto, non capiva cosa era successo. «Zio, ma perché il tonno s’è fermato appena ha visto la padella?» chiese il ragazzo. «Iaffiu ma to figghiu di unni cala, de Monciuffi?», disse il pescatore all’altro, che per tutta risposta allargò le spalle. «Giuvanni, su vo fari u piscaturi l’ha canusciri sti cosi. Ricorda: a motti da tunnina è ca cipuddata».

PS: Tino fu venduto alla pescheria di Catania, quindi con questo blog C’ENTRA

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