La ragusana, la statale 194. Da un paio d’anni è la strada extraurbana che percorro più spesso, e con alterna efficienza mi porta fuori dalla città caotica verso zone della Sicilia più a misura d’uomo. E accadde così, per caso, che un giorno mentre tra camion incolonnati e folli kamikaze dal piede pesante cercavo di sopravvivere alla trasferta, mi sono fermato ad ammirare quello che mi stava attorno. Campi sconfinati, aranceti, paesini tranquilli: tutto alla fine del tratto “nuovo”, l’autostrada che al catanese diretto sugli iblei - si presuppone ben grato al clientelismo autonomista per quest’opera la cui utilità è oggettiva – evita il passaggio tra l’olezzo della discarica e le prime folli curve.
Se la vista di solito è attirata inevitabilmente dall’ospedale di Lentini – «Ohhh, funziona?» -, dopo qualche chilometro s’è concentrata su quello che avendolo dietro non noto: l’Etna maestoso e innevato, la costa con la città immensa, e bellissima dopo una verde pianura sconfinata. Fermo su un lato della strada ho maledetto lo specchietto retrovisore e i kamikaze, perché andavo dal lato sbagliato per godermi lo spettacolo. Mi sarei rifatto al ritorno, al tramonto.
La visione dell’Etna sta in cima all’attenzione, guarda caso, e lo sguardo spazia da Adrano fino ai vari Aci, con il sole che piano piano va via lasciando spazio alle luci della città, e la cima del vulcano sempre bianca, per altri lunghi minuti. Bello immaginare le persone a casa, impegnate nelle loro attività, e tu che dall’alto le domini.
In questa immensità si annegava il pensier mio quando il dolce naufragar mi ha condotto nelle pericolose acque della ragione. Migliaia di luci ovunque si volgesse lo sguardo, gardavo una distesa infinita e una potenziale ricerca infinita di luoghi già visti da vicino, cercando di associarne la forma a una carta geografica per interminabili minuti. Un pensiero, il solo possibile in quel momento, ha lasciato spazio al romanticismo scatenato da una visione che da sola ripaga la sofferenza quotidiana di essere siciliano: ma quanti cazzo siamo?
Maledicendo la modernità e pensando a quanto doveva essere bello un tramonto ai tempi dei Greci colonizzatori, ho smesso di guardare e sono tornato a casa, sbagliando bivio e prendendomi in pieno l’olezzo della discarica. Ma quanta munnizza facciamo?